Don PierinoMotta di Livenza, 28 marzo 2020

Cari, carissimi fratelli della MdG,

vi saluto tutti con tanto affetto e riconoscenza per i vostri messaggi e la vostra preghiera, che funziona, perché sto decisamente migliorando. Potrei quasi tornare, se non fosse per questo coronavirus, che suggerisce ai medici e ai superiori di farmi aspettare ancora tempi meno pericolosi.

Vi assicuro che anch’io ho pregato tanto per voi. Penso alle vostre fatiche a gestire famiglia e lavoro. Penso agli anziani e ai malati: i telegiornali infondono loro più paura che speranza. Penso ai nostri ragazzi e giovani: forse contenti all’inizio di qualche giorno di vacanza; ma subito preoccupati perché gli impegni non mancano, con in più l’insicurezza per la fine dell’anno scolastico e gli esami.

Ma poi c’è il blocco di tutto: strade deserte, chiese vuote, gite scolastiche annullate, ospedali poco ricettivi. E via di questo passo... Inutile che ricordi difficoltà che tutti viviamo...

In questo tempo, anche se servo inutile, avrei voluto essere là con voi. Ma altro male ha preso anche me. Non è facile leggere, dentro a tutto quello che succede, la mano provvidente di Dio. La sofferenza è ambigua, nel senso che può avvicinare o allontanare da Dio.

La mia speranza è che rientriamo tutti un po’ in noi stessi, come quel figlio che era scappato di casa. E, quando si è trovato a corto di soldi, di affetto e di dignità, senza più risorse, ha cominciato a pensare in maniera diversa. Prima, tutto sembrava possibile, facile, durevole, ma poi non è andata così: all’illusione è subentrata la delusione; che, però, è stata positiva.

Allora ciascuno di noi, in questo momento difficile, è chiamato a fare verità sulla propria vita. Per esempio: non siamo onnipotenti, non siamo eterni, ma tanto fragili e poveri dentro. Pensavamo che la scienza potesse varcare i suoi limiti; che i soldi risolvessero ogni problema, che il tempo durasse all’infinito. Abbiamo capito che non è così...

Quali sono le cose che contano in questo tempo? Avere qualche Cireneo che ti aiuti a portare la croce; avere una Veronica che ti asciuga le lacrime, che scendono dagli occhi impauriti; avere una madre, Maria, che anche se impotente sta lì, ai piedi della croce; confidare in un Simone d’Arimatea, che ti stacca dalla croce...

Meglio ancora diventare noi stessi queste persone che amano gli altri; che non si perdono in chiacchiere e cose inutili; che coltivano la speranza in sé, per poterla donare agli altri. Persone che pregano, perché hanno capito che Dio è intelligente e che vorrebbe uomini intelligenti, che si fidano di lui, senza rincorrere sogni impossibili: Persone umili, che più che assomigliare a Dedalo e Icaro che disegnano sogni pericolosi, assomigliano al Leopardi – e a mille altri (i Santi!) – che pensano all’“infinito”, proprio perché hanno fatto esperienza del “finito”, del limite...

Penso al Papa: cammina con fatica per le strade di Roma, sempre a fatica sale a San Pietro sotto la pioggia, senza ombrello: grande profeta. Ci ha appena ricordato quella barca in mezzo al lago in tempesta. Sembra che Gesù dorma... Ma è ben sveglio e collega la paura con la mancanza di fede: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».

Lasciate che, per salutarvi, usi le sue parole tanto belle (San Pietro, 27 marzo): «Stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. [...] Scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28, 5)».

Non vedo l’ora di incontrarvi! A presto, spero!