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Altri segni della religiosità nel territorio

Si è dunque visto che fino al 1339 tutta l'area esterna alle mura della città da porta Monticano verso il Friuli, costituiva la parrocchia di Santo Stefano in Monticella. L'edificio religioso, villa come si chiamava al tempo, poiché la zona era teatro di frequenti conflitti tra i Trevisani e gli Imperiali, era in collina al centro di un piccolo borgo rurale.

Il più antico documento su Santo Stefano in Monticella è del 1312 ed è un atto del Magnifico Consiglio di Conegliano ai Trevisani, per poter avere la giurisdizione - tra l'altro - su tale luogo fuori le mura.

Don Giuseppe Borlini, parroco di San Martino dal 1811 al 1826, non volle mai ossequiare la chiesa del Duomo come pieve della città perché considerava pieve ben più antica quella di Santo Stefano. Quest'ultima, di probabile origine altomedievale non rappresentava certo una chiesa plebanale, ma sicuramente della consorteria dei milites che avviarono il comune di Conegliano.

Pare proprio – secondo don Nilo Faldon – che Santo Stefano di Monticella, come Ogliano, Scomigo, Carpesica ed altre, dipenda direttamente da Ceneda. Ed, in antico, prima dell’anno 1000, la grande Pieve di riferimento sia San Pietro di Feletto, di epoca longobarda.

Quindi, proprio perché dedicata al primo martire, Santo Stefano era una pieve antichissima. Don Nilo Faldon in Conegliano Informazioni del marzo 1994, invoca uno studio ed una pur difficile ricerca su tale argomento che merita tutto l' approfondimento possibile.

Oggi si identica il luogo di Santo Stefano in Monticella con via Ciotti 28 ( casa Garbellotto ). Fino al 1950, vi abitava Amalia Tezza ed il luogo della chiesa era contrassegnato da una pietra sormontata da una croce.

La famiglia Tezza originaria del Bellunese - coincidenza della storia antica con le cronache moderne – ha, al piano, un’altra casa, dove nasce il 1 novembre 1841, padre Luigi Tezza, sacerdote camilliano e fondatore - con madre Giuseppina Vannini - nel 1892 delle Figlie di San Camillo dedite ai malati ed ai bisognosi, apostolo di Lima ( Perù ), di cui è avanzata la causa di beatificazione.

Ma torniamo alla storia antica.

La zona di Monticella, risulta abitata ancora prima del 1300. In un atto notarile del 9 dicembre 1124, il notaio Bernardo registra la presenza di persone che vivono secondo la legge longobarda - un certo Artuso - e di altre - Vito, Volmaro e Odolrico - che vivono secondo la legge romana.

In queste terre si videro più volte le gesta dei conti di Collalto ed in particolare di Alberto di Collalto che strinse patti di alleanza tra Coneglianesi e Padovani, guidati dai Da Camino, contro i Trevisani.

Anche la vittoria dei Coneglianesi sulle truppe di Pippo Spano che guidava gli Ungari avvenne in queste contrade.

La valle ai piedi della collina, verso il Monticano ( dove si accampò nel 1319 il Conte di Gorizia ) è detta valle di San Lorenzo che proseguiva fino a Bagnolo. Era lasciata sgombera da abitazioni perché soggetta alle piene del Monticano. Una chiesetta dedicata a San Lorenzo si trovava all’altezza dell’attuale casa Garla in via SS. Trinità a Ogliano.

Ma va anche ricordato che tra il Monticano ed il Col Nudo, pochi anni fa è sorto, in via Antoniazzi, un capitello dedicato a San Lorenzo.

Nel testamento che Alberto conte di Collalto fece, il 30 gennaio 1138, prima di partire per la Terra Santa, lascia un legato a tal Artusio da Monticella e, nell'alleanza del 1180 tra Coneglianesi e Padovani contro i Trevisani, ci sono testimoni Enrico da Monticella ed il figlio di Boldino da Monticella.

Il 29 aprile 1233 negli atti tra i Caminesi ed i Coneglianesi si nomina la villa di Monticella.

E nel libro quinto degli Statuti della comunità di Treviso del 1279 si nominano le ville di Santo Stefano, San Giorgio e San Nicolò, tutte e tre in Monticella.

Accanto a Santo Stefano in Monticella, i documenti storici tramandano la memoria di chiese dedicate a San Giorgio ed a San Nicolò.

Mentre della prima non vi sono tracce, di San Nicolò parla Gianpaolo Cagnin nel suo Templari e Giovanniti in territorio travigiano ( secoli XII - XIV ) edito a Treviso nel 1992.

Fu domus hospitalis per i Templari ed il 10 luglio 1304 era officiata da frate Guglielmo Borgarone precettore sia a Treviso che a Monticella, La chiesa ebbe possedimenti fino a Fregona tanta era l'importanza che aveva in questo territorio.

Nella metà del quattrocento risulta nell'asse patrimoniale della famiglia veneziana di Pietro Morosini, priore dell' ordine Gerosolimitano. Con bolla di papa Clemente VII il 1 novembre 1597, la chiesa ed i suoi possedimenti passarono poi a Francesco Lippomano, cavaliere di Malta e poi, il 2 aprile 1854 - per estinzione del ramo maschile dei Lippomano - ad Alvise Querini-Stampalia marito di Maria Lippomano.

La chiesa di San Nicolò che, secondo don Vincenzo Botteon storico insigne della città e primo curatore dell'archivio comunale antico, doveva avere tre altari, venne demolita in epoca secentesca quando Baldassarre Longhena progettò e realizzò per i Lippomano, la nuova villa patrizia sul colle di Monticella con la nuova chiesa di San Nicolò.

La storia però ci tramanda notizie ed immagini di altre testimonianze religiose e civili.

I Piloni della Vittoria, memoria della battaglia di Vittorio Veneto ( 1918 ), sono sorti sullo spazio dell'antico Arco di San Sebastiano di cui abbiamo alcune immagini mentre non abbiamo materiali sulla vicina chiesa di San Sebastiano.

L'Arco di San Sebastiano - protettore contro la peste - era stato eretto nel 1582 su disegno dell'arch. Croda. Venne inaugurato al passaggio per Conegliano dell'imperatrice Maria, sorella del re Filippo II di Spagna.

Nel 1782 venne collocata sull'arco una lapide con una scritta a ricordo della sosta a Conegliano di Papa Pio VI pellegrino verso Vienna.

L'arco fu distrutto nel 1917 insieme con l'arco di San Rocco, costruito all'epoca della peste (1630-1631), che chiudeva borgo Madonna unendo l’attuale casa Carpené con il garage Del Pio.

Il ricordare tali archi, come il convento dei Frati Francescani di cui l'attuale santuario della Madonna delle Grazie conserva la memoria, l'antico legame con la parrocchia dei Santi Martino e Rosa, è un modo per sottolineare come la storia significhi scoprire le radici, abitare il territorio, viverne la memoria, avendo chiara consapevolezza che le pietre ci raccontano la vita dei nostri padri e, un giorno, racconteranno la nostra.

E se la grande storia ci dice vicende importanti, non si può ignora la piccola storia, che vede la religiosità popolare darsi luoghi di preghiera e di testimonianza cristiana fino agli anni più vicini a noi.

Così in via dei Glicini dietro palazzo Moretti, un capitello consegna al tempo la religiosità mariana di un secolo fa. A Maria sono dedicate testimonianze datate anche in via Carpené 40 dove, lungo la recinzione, resta ben conservata un’edicola che segnava un tempo l’antica strada per villa Paccagnella.

Anche in borgo Calpena, un capitello dedicato alla Madonna conserva una sua capacità di aggregazione soprattutto durante il mese di maggio.

A Maria è dedicato un capitello all’interno delle case popolari tra via Friuli e via Udine, ed era dedicato anche un altro capitello presso casa Dalla Costa in via Capodistria e chissà che non ve ne siano altri sparsi tra le case e la collina.

In via XXIV Maggio, un capitello racconta la devozione di un borgo a Sant’Antonio da Padova.

Della piazza d’armi e della caserma Vittorio Emanuele II ( in antico brolo ed orto dei Frati Minori Riformati – Zoccolanti ), resta solo il muro perimetrale di via Martiri Cecoslovacchi dove il comune di Conegliano ha voluto ripristinare una lapide a memoria di questi patrioti caduti a fianco degli italiani combattendo per l’Italia nella prima guerra mondiale 1915 - 1918.

Una nota a parte meritano le testimonianze ancora esistenti del patriziato veneziano in terraferma.

A cura di Sergio Dugone

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