La storia

(A cura di Sergio Dugone)

Alcuni dati di sintesi sulla popolazione residente al 10 ottobre 2017:

- POPOLAZIONE RESIDENTE NEL TERRITORIO PARROCCHIALE n. 5.453 persone
- POPOLAZIONE RESIDENTE ITALIANA n. 4.583 persone
- POPOLAZIONE RESIDENTE STRANIERA n. 870 persone ( le nazionalità più rappresentate sono: 166 cinesi, 102 ucraini, 85 rumeni, 72 albanesi, 61 macedoni, 49 senegalesi, 46 moldavi, 31 ghanesi, 30 marocchini, 30 cingalesi, 22 colombiani, 20 filippini)

L’atto di nascita della Madonna delle Grazie

"Albinus Luciani, Dei et Apostolicae Sedis Gratia, Episcopus Victoriensis Venetorum,..." inizia in modo solenne e formale, il decreto con il quale il vescovo Albino Luciani, invocato Nomine Domini, costituisce la parrocchia della Visitazione della Beata Vergine Maria di Conegliano - Madonna delle Grazie - ed attribuisce ad essa il territorio compreso tra la località Gai verso San Vendemiano, la ferrovia a sud, la linea immaginaria che congiungeva questa con viale Trento Trieste all'altezza di casa Bassanin - Storelli, via Carpené sino al Monticano, poi via Calpena sino al confine di Ogliano.

E' l' 11 febbraio 1965, festa della Madonna di Lourdes e mons. Albino Luciani ( che sarebbe poi divenuto patriarca di Venezia e papa, per soli 33 giorni, con il nome di Giovanni Paolo I ), pone così il proprio sigillo ad un progetto che aveva cominciato a delinearsi durante la precedente visita pastorale alla popolosa parrocchia dei Santi Martino e Rosa.

I precedenti segni della religiosità, fuori le mura, oltre Porta Monticano

La storia delle comunità parrocchiali è sempre legata alle dinamiche sociali, agli insediamenti abitativi di una comunità civile.

L'identità religiosa di un popolo, i suoi valori, la sua capacità di tessere relazioni che abitano la vita, la terra, il tempo, sono premesse indispensabili per la coesione sociale e la vita civile di un insediamento urbano.

La storia ci dice che - fuori dalle mura storiche della città - attorno al Monticano ed oltre, sulla strada verso il Friuli ( spazio geografico delle radici della comunità parrocchiale della Madonna delle Grazie ) non sono mancate presenze significative di vita civile e di religiosità organizzata, in ospizi e conventi.

Alcune di esse hanno lasciato testimonianze che sono giunte fino ai giorni nostri.

I Padri Umiliati erano presenti nel convento di San Polo ( l'attuale zona tra via Verdi, piazza IV novembre ed il Monticano ) fin dal 1316. Sfruttarono le acque del Monticano per avviare la prima industria laniera che generò attività artigiane diffuse. L'ordine monastico venne soppresso nel 1571 da papa Pio V. La chiesa rimase aperta e continuò ad essere utilizzata fino al 1827, quando andò distrutta insieme al convento.

Oltre l'attuale ponte di San Martino, esisteva - fino alle soppressioni napoleoniche - un insieme di complessi religiosi di grande importanza poiché si estendeva fino al borgo Madonna.

Le funzioni parrocchiali in tale area fuori dal borgo cittadino, fino al 24 aprile 1339, erano esercitate dalla chiesa di Santo Stefano in Monticella che - secondo gli studiosi - si trovava nella posizione del civico 28 dell'attuale via Ciotti ( casa Garbellotto ).

Oltre il ponte di San Martino ( zona degli attuali giardini pubblici di piazza San Martino ) si trovava la chiesa di San Lazzaro e l’ospizio omonimo. La gestivano i Padri Crociferi di Santa Maria di Venezia come si legge in un documento del 1313. A seguito della peste del 1630 che coinvolse anche Conegliano, l’ospizio venne trasformato in Lazzaretto.

In via Malvolti ( vicino al negozio Gava ) ci sono le tracce dell’ospizio di San Giovanni ( San Zuane ) e della chiesetta relativa. Di esso si parla in un documento di Gabriele da Camino del 1224. Fu il primo ospitale della città e funzionò fino al 1549 accogliendo pellegrini e miserabili. Lo gestirono i Padri Crociferi ed esso vide anche la presenza – per una controversia amministrativa tra i Crociferi e la città – del nunzio mons. Giovanni Della Casa, autore del famoso "Galateo". All’epoca egli era dimorante nell’Abbazia di Nervesa.

Dell’ospizio resta la chiesetta, così com’è stata ricostruita dopo il bombardamento del 1918 ed oggi adibita a magazzino, che si affaccia sulla strada, ed un lato di chiostro all'interno, oggetto questo di recente restauro.

Fin dal 1231, nel borgo di San Martino, fuori le mura ed oltre il Monticano, esisteva la piccola chiesa di San Martino ( clausura Sancti Martini ).

Essa viene ceduta – dal sacerdote Aldrighetto a fra’ Filippo dell’Ordine di Santa Maria dei Crociferi di Venezia ( già presenti a San Lazzaro ed a San Giovanni ) il 24 aprile 1339 ed il vescovo di Ceneda vi trasferisce il titolo parrocchiale da Santo Stefano in Monticella, poiché è in tale luogo che si insedia l'abitato più popoloso fuori le mura di Conegliano.

La prima piccola chiesa, venne sostituita dalla chiesa omonima, costruita dai Padri Crociferi, i cui resti sono stati ritrovati in epoca recente, sotto l'altare dell'attuale parrocchiale.

Nel 1656 l'Ordine dei Crociferi viene soppresso da papa Alessandro VII perché ormai in estinzione.

Il 17 luglio 1665, su richiesta del Magnifico Consiglio di Conegliano, arrivano a San Martino i Padri dell'Ordine di San Domenico dell'Osservanza da Venezia.

La parrocchia conta all’epoca meno di 500 abitanti ( 497 secondo documenti dell’archivio storico dei Domenicani di Bologna, dove sono conservati i documenti di San Martino ).

I Domenicani, il 7 marzo 1674, danno il via ai lavori di costruzione di quella che è ancora oggi la bella ed incompiuta chiesa dei Santi Martino e Rosa la cui realizzazione - comprese le opere d'arte, tra cui le splendide sculture lignee - impegna i frati fino al 1733. Dal 1744 al 1768 i Domenicani costruiscono - non senza sacrifici - il nuovo convento annesso alla chiesa ( l'attuale ex caserma Marras ).

Di essi resta famoso il reverendo padre Gerolamo Piccini, figlio di un ricco commerciante di Venezia che fu sostenitore insigne del convento dei Domenicani di Conegliano. Di padre Piccini si conserva a lato dell’altare il sepolcro recuperato durante i recenti restauri sotto il presbiterio.

Dal 1797 in poi, prima con i francesi di Bonaparte, poi con gli austriaci, poi con il ritorno dei francesi, poi con le soppressioni dei conventi e dei monasteri, è tutto in discussione. Il 7 marzo 1808 i Domenicani lasciano Conegliano.

La parrocchia viene affidata ai sacerdoti della diocesi di Ceneda fino al 1923, quando la stessa diocesi - ora di Vittorio Veneto - vi chiama i Padri Giuseppini del Murialdo.

Tra l'attuale via Rosselli e la ferrovia si trovava - fin dal 1669 - il convento delle monache del Corpus Domini ( Terziarie Osservanti Domenicane ).Il complesso, distrutto dopo le soppressioni napoleoniche, vide demolita l'ultima torre nel 1955.

A monte di borgo Madonna, anzi alle origini di questo toponimo, tra il Monticano e le falde del Col Nudo nell'attuale via Lazzarin, venne fondato nel 1225 dalle "povere donne recluse di San Damiano" cioè le Clarisse il convento di Santa Maria Mater Domini che poi passò in seguito alle Benedettine, di cui resta famosa la Beata Ricchieri da Pordenone.

Gli storici sono unanimi nel descrivere questo complesso come il più grandioso della città. Gestito con oculatezza dalle Benedettine, nel XVI secolo, le monache ampliarono la chiesa dotandola di opere d'arte di pregevole fattura tra cui due opere del Cima da Conegliano, oggi alla pinacoteca di Brera, dopo le soppressioni napoleoniche che distrussero il convento e la chiesa.

La chiesa di San Sebastiano, cappella devozionale sorta a seguito della peste del 1630, si trovava invece all’altezza dell’attuale villa Fabris, nelle adiacenze dei Piloni della Vittoria, venne demolita nel 1917 insieme con l’arco di San Sebastiano.

Il 10 novembre 1897, madre Clelia Genghini guida a Conegliano le prime sei Figlie di Maria Ausiliatrice. Nel 1904 il Collegio Immacolata era già centro dell’Ispettoria Veneto – Emiliana della congregazione voluta da Don Bosco e Madre Mazzarello.

Le suore salesiane ebbero a Conegliano scuole, oratorio e centro giovanile, centro di formazione professionale. Al Collegio Immacolata si aggiunse poi Casa Madre Clelia, in via Fenzi, sede dell’Ispettoria Maria Regina che un secolo dopo avrà competenza sul Veneto Orientale, sul Friuli, sulla ex Jugoslavia, sull’Ungheria e sul Madagascar.

La presenza delle Figlie di Maria Ausiliatrice si rivelerà preziosa per il sostegno che da esse verrà all’attività pastorale della nuova parrocchia di Santa Maria delle Grazie.

A cura di Sergio Dugone

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L'antico convento della Madonna delle Grazie

Pietro Antonio da Venezia nella sua "Historia serafica" scritta a Venezia nel 1688, afferma che "nel 1505 i Minori Osservanti, soprattutto per interessamento delle nobili famiglie Montalbano e Malvolti, si stabilirono in Santa Maria delle Grazie".

"Verso il 1530 il convento e la chiesa vennero ceduti al Padri Minori Riformati della provincia di Venezia che ne fecero anche un luogo di formazione e di studio per i giovani religiosi".

Alfredo De Mas nel suo "Conegliano, arte, storia e vita" II edizione stampata nel 1972 dallo Studium Coneglianese, afferma altre cose di Santa Maria delle Grazie.

Nel 1769 la Repubblica Veneta, nell'intento di allontanare il dissesto finanziario e politico, sopprime diversi conventi e ne incamera i beni. A Conegliano tale sorte tocca, nella zona verso Monticella, proprio al convento di Santa Maria delle Grazie dei padri Francescani Riformati, ( Zoccolanti ) da oltre tre secoli presenti a Conegliano. Per convalidare questa data, il De Mas cita un documento storico.

"Nel Libro delle Parti - conservato nell'archivio storico del comune - in data 26 maggio 1612, per divergenze sorte sulla sepoltura dei defunti alla cui bisogna i frati più non attendono, si legge:

"La Religione dei R. Padri di San Francesco dell'osservanza sino l'anno 1460 fu da questo Magnifico Consiglio accettata in questa patria, et fu del pubblico a quella assegnato il fondo, ove hora è costructa la chiesa di S. Maria delle Gratie, et fabricato l'honorato loro convento".

Anche don Nilo Faldon, convalida tale data del 1460 come data di avvio della costruzione del convento e di presenza dei Frati in città.

I frati comunque furono in grande considerazione in città sia per le opere di carità ed ospitalità a pellegrini e ammalati ( assistiti anche a domicilio), che per la vita culturale del convento. Tant'è che nella chiesa – ampia, dotata di numerosi altari e di opere d’arte - trovarono posto le tombe di famiglia di alcune tra le nobili famiglie di Conegliano come i Del Giudice, i Graziani, i Dall'Ava ed altri, in parte venute alla luce con recenti interventi di restauro dei pavimenti.

Nel 1772, tre anni dopo la soppressione, gli edifici vennero venduti, mentre finirono a Venezia le nove pale degli altari della chiesa che venne demolita nel 1773.

I Coneglianesi avviarono un'accorata istanza a Venezia per le restituzione almeno della pala dell'altar maggiore, donata da un certo Antonio Salamanca e attribuita al pittore coneglianese Francesco Beccaruzzi.

Francesco Maria Malvolti ( 1725 - 1807 ) redige nel 1774 il "Catalogo delle migliori pitture esistenti nella città e territorio di Conegliano" - conservato all'Archivio di stato di Venezia – e una seconda copia, con annotazioni autografe, nell'archivio storico del comune. Ecco come parla della pala del Beccaruzzi:

"Questa è di ragione dei compratori del soppresso convento, e chiesa de' Molto RR.PP. Riformati, già da questa città emigrati, ed è ora provisionalmente collocata in detta chiesa di San Giovanni finche colle dovute cautelle sarà trasportata, e collocata nella nuova chiesa, che sta fabricandosi in loco dell'altra già demolita; nella qual nuova chiesa saran pur collocate le altre due Pale in tela una rappresentante la Trinità e l'altra S. Tiziano con alcune figure di mano buona: la prima però di queste due molto pregiudicata".

(Quest’ultima, come annota don Faldon, era la pala di San Tiziano dell’altare della cappella Del Giudice, cappella tutta affrescata)

Malvolti ci conferma così che l'attuale chiesa di Santa Maria delle Grazie fu costruita a partire dal 1774 al posto della più grande chiesa distrutta. Essa contiene - della precedente - la pala dell'altar maggiore e due pale di altari laterali.

Le tre opere storiche dell'antico convento furono ancora rubate dagli austriaci durante l'invasione 1917 -1918 e, rintracciate a Udine, tornarono nella chiesa il 30 luglio 1921.

Bisognose di un delicato e accurato intervento di restauro, furono, solo in anni più recenti, affidate a laboratori e tecnici specializzati che le hanno riportate all'originaria bellezza.

Nino Finato ne Il Coneglianese del luglio 1994 ricorda come venne salvato da Venezia anche il dossale cinquecentesco in legno dorato con la pala della Natività di Francesco da Milano che la Corporazione dei Marangoni ( di cui San Giuseppe era protettore ) – rinvendicandone la proprietà, - decise di consegnare alla chiesa di San Martino dov’è ora collocata nell’altare presso il Battistero.

Egli aggiunge che l’attuale mensa dell’altare, con paliotto intarsiato di marmi policromi, del santuario di Santa Maria delle Grazie, proviene dalla vecchia parrocchiale di Santa Maria di Campagna in Cessalto abbattuta agli inizia degli anni ’60. Finato – per molti anni fabbriciere alla parrocchia dei SS. San Martino e Rosa dove affiancava padre Remigio Burello, è testimone credibile.

A cura di Sergio Dugone

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Altri segni della religiosità nel territorio

Si è dunque visto che fino al 1339 tutta l'area esterna alle mura della città da porta Monticano verso il Friuli, costituiva la parrocchia di Santo Stefano in Monticella. L'edificio religioso, villa come si chiamava al tempo, poiché la zona era teatro di frequenti conflitti tra i Trevisani e gli Imperiali, era in collina al centro di un piccolo borgo rurale.

Il più antico documento su Santo Stefano in Monticella è del 1312 ed è un atto del Magnifico Consiglio di Conegliano ai Trevisani, per poter avere la giurisdizione - tra l'altro - su tale luogo fuori le mura.

Don Giuseppe Borlini, parroco di San Martino dal 1811 al 1826, non volle mai ossequiare la chiesa del Duomo come pieve della città perché considerava pieve ben più antica quella di Santo Stefano. Quest'ultima, di probabile origine altomedievale non rappresentava certo una chiesa plebanale, ma sicuramente della consorteria dei milites che avviarono il comune di Conegliano.

Pare proprio – secondo don Nilo Faldon – che Santo Stefano di Monticella, come Ogliano, Scomigo, Carpesica ed altre, dipenda direttamente da Ceneda. Ed, in antico, prima dell’anno 1000, la grande Pieve di riferimento sia San Pietro di Feletto, di epoca longobarda.

Quindi, proprio perché dedicata al primo martire, Santo Stefano era una pieve antichissima. Don Nilo Faldon in Conegliano Informazioni del marzo 1994, invoca uno studio ed una pur difficile ricerca su tale argomento che merita tutto l' approfondimento possibile.

Oggi si identica il luogo di Santo Stefano in Monticella con via Ciotti 28 ( casa Garbellotto ). Fino al 1950, vi abitava Amalia Tezza ed il luogo della chiesa era contrassegnato da una pietra sormontata da una croce.

La famiglia Tezza originaria del Bellunese - coincidenza della storia antica con le cronache moderne – ha, al piano, un’altra casa, dove nasce il 1 novembre 1841, padre Luigi Tezza, sacerdote camilliano e fondatore - con madre Giuseppina Vannini - nel 1892 delle Figlie di San Camillo dedite ai malati ed ai bisognosi, apostolo di Lima ( Perù ), di cui è avanzata la causa di beatificazione.

Ma torniamo alla storia antica.

La zona di Monticella, risulta abitata ancora prima del 1300. In un atto notarile del 9 dicembre 1124, il notaio Bernardo registra la presenza di persone che vivono secondo la legge longobarda - un certo Artuso - e di altre - Vito, Volmaro e Odolrico - che vivono secondo la legge romana.

In queste terre si videro più volte le gesta dei conti di Collalto ed in particolare di Alberto di Collalto che strinse patti di alleanza tra Coneglianesi e Padovani, guidati dai Da Camino, contro i Trevisani.

Anche la vittoria dei Coneglianesi sulle truppe di Pippo Spano che guidava gli Ungari avvenne in queste contrade.

La valle ai piedi della collina, verso il Monticano ( dove si accampò nel 1319 il Conte di Gorizia ) è detta valle di San Lorenzo che proseguiva fino a Bagnolo. Era lasciata sgombera da abitazioni perché soggetta alle piene del Monticano. Una chiesetta dedicata a San Lorenzo si trovava all’altezza dell’attuale casa Garla in via SS. Trinità a Ogliano.

Ma va anche ricordato che tra il Monticano ed il Col Nudo, pochi anni fa è sorto, in via Antoniazzi, un capitello dedicato a San Lorenzo.

Nel testamento che Alberto conte di Collalto fece, il 30 gennaio 1138, prima di partire per la Terra Santa, lascia un legato a tal Artusio da Monticella e, nell'alleanza del 1180 tra Coneglianesi e Padovani contro i Trevisani, ci sono testimoni Enrico da Monticella ed il figlio di Boldino da Monticella.

Il 29 aprile 1233 negli atti tra i Caminesi ed i Coneglianesi si nomina la villa di Monticella.

E nel libro quinto degli Statuti della comunità di Treviso del 1279 si nominano le ville di Santo Stefano, San Giorgio e San Nicolò, tutte e tre in Monticella.

Accanto a Santo Stefano in Monticella, i documenti storici tramandano la memoria di chiese dedicate a San Giorgio ed a San Nicolò.

Mentre della prima non vi sono tracce, di San Nicolò parla Gianpaolo Cagnin nel suo Templari e Giovanniti in territorio travigiano ( secoli XII - XIV ) edito a Treviso nel 1992.

Fu domus hospitalis per i Templari ed il 10 luglio 1304 era officiata da frate Guglielmo Borgarone precettore sia a Treviso che a Monticella, La chiesa ebbe possedimenti fino a Fregona tanta era l'importanza che aveva in questo territorio.

Nella metà del quattrocento risulta nell'asse patrimoniale della famiglia veneziana di Pietro Morosini, priore dell' ordine Gerosolimitano. Con bolla di papa Clemente VII il 1 novembre 1597, la chiesa ed i suoi possedimenti passarono poi a Francesco Lippomano, cavaliere di Malta e poi, il 2 aprile 1854 - per estinzione del ramo maschile dei Lippomano - ad Alvise Querini-Stampalia marito di Maria Lippomano.

La chiesa di San Nicolò che, secondo don Vincenzo Botteon storico insigne della città e primo curatore dell'archivio comunale antico, doveva avere tre altari, venne demolita in epoca secentesca quando Baldassarre Longhena progettò e realizzò per i Lippomano, la nuova villa patrizia sul colle di Monticella con la nuova chiesa di San Nicolò.

La storia però ci tramanda notizie ed immagini di altre testimonianze religiose e civili.

I Piloni della Vittoria, memoria della battaglia di Vittorio Veneto ( 1918 ), sono sorti sullo spazio dell'antico Arco di San Sebastiano di cui abbiamo alcune immagini mentre non abbiamo materiali sulla vicina chiesa di San Sebastiano.

L'Arco di San Sebastiano - protettore contro la peste - era stato eretto nel 1582 su disegno dell'arch. Croda. Venne inaugurato al passaggio per Conegliano dell'imperatrice Maria, sorella del re Filippo II di Spagna.

Nel 1782 venne collocata sull'arco una lapide con una scritta a ricordo della sosta a Conegliano di Papa Pio VI pellegrino verso Vienna.

L'arco fu distrutto nel 1917 insieme con l'arco di San Rocco, costruito all'epoca della peste (1630-1631), che chiudeva borgo Madonna unendo l’attuale casa Carpené con il garage Del Pio.

Il ricordare tali archi, come il convento dei Frati Francescani di cui l'attuale santuario della Madonna delle Grazie conserva la memoria, l'antico legame con la parrocchia dei Santi Martino e Rosa, è un modo per sottolineare come la storia significhi scoprire le radici, abitare il territorio, viverne la memoria, avendo chiara consapevolezza che le pietre ci raccontano la vita dei nostri padri e, un giorno, racconteranno la nostra.

E se la grande storia ci dice vicende importanti, non si può ignora la piccola storia, che vede la religiosità popolare darsi luoghi di preghiera e di testimonianza cristiana fino agli anni più vicini a noi.

Così in via dei Glicini dietro palazzo Moretti, un capitello consegna al tempo la religiosità mariana di un secolo fa. A Maria sono dedicate testimonianze datate anche in via Carpené 40 dove, lungo la recinzione, resta ben conservata un’edicola che segnava un tempo l’antica strada per villa Paccagnella.

Anche in borgo Calpena, un capitello dedicato alla Madonna conserva una sua capacità di aggregazione soprattutto durante il mese di maggio.

A Maria è dedicato un capitello all’interno delle case popolari tra via Friuli e via Udine, ed era dedicato anche un altro capitello presso casa Dalla Costa in via Capodistria e chissà che non ve ne siano altri sparsi tra le case e la collina.

In via XXIV Maggio, un capitello racconta la devozione di un borgo a Sant’Antonio da Padova.

Della piazza d’armi e della caserma Vittorio Emanuele II ( in antico brolo ed orto dei Frati Minori Riformati – Zoccolanti ), resta solo il muro perimetrale di via Martiri Cecoslovacchi dove il comune di Conegliano ha voluto ripristinare una lapide a memoria di questi patrioti caduti a fianco degli italiani combattendo per l’Italia nella prima guerra mondiale 1915 - 1918.

Una nota a parte meritano le testimonianze ancora esistenti del patriziato veneziano in terraferma.

A cura di Sergio Dugone

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